Dar corpo

Enzo Biffi Gentili Dar corpo Harper’s bazaar agosto settembre 1986

84/06.01 Harper’s bazaar -IT

Quando decidemmo di costruire e gestire un Ginnasio, sapevamo di dare corpo a qualche nostro fantasma. Parlerò dei miei. Esaltata oggi, dal ricordo e dal degrado fisico, l'esperienza di tanti anni di spogliatoio, di riflessi e spruzzi nella piscina, dei primi attrezzi cromati, di specchi delle mie brame diviene, come dire, ambigua. O inequivocabile. Avevo in mente un'immagine forte, insofferente per troppi progetti con la moquette verde, l'altoparlante che sussurra, per un 'estetica da albergo americano, destinata ad inquiete casalinghe. Un’immagine forte, non indulgente. Il compiacimento per l’armamentario sguaiato di catene da motocicletta per i contrappesi, di grasso lubrificante, sedute in skai cangiante, la percezione simultanea dei vapori dell'eucaliptolo e gli afrori ammoniacali, di tee-shirt XXL lacerate dalle iperplasie e, al contrario o al contempo, di disossate, indecenti, posture…
Oppure, il giusto per i rituali, per la violenza da coatti di quel gioco da galera che è lo squash. oggi redento da un manageriale masochismo che ne idealizza le geometrie. pur senza superarne le fisiche pene. Il rischio era vivo. Convenimmo sulla necessità di rispettare assolutamente alcuni vincoli. In Italia, la costruzione degli impianti dedicati al gioco dello squash procede a stento per le difficoltà ad adeguarsi alle dimensioni stabilite dalla Federazione Internazionale IFSR, soprattutto per quanto riguarda l'altezza: il comportamento più frequente dei progettisti è quello di adeguare i campi alla preesistenza. Procedemmo all'inverso, facilitati dal fatto di operare in una sala cinematografica, non utilizzata. Così per le prestazioni qualitative. A costi molto elevati, di documentazione e di cantiere, abbiamo scrupolosamente rispettato le prescrizioni illuminotecniche, quelle relative alle temperature, alla elasticità dei parquet, alla resistenza degli intonaci. Per lo spazio dedicato al "circuit-training" che è una forma di allenamento con apparecchiature da "bodybuilding" a carico progressivo e a resistenza variabile simile, come configurazione spaziale, ad un piccolo impianto a catena di montaggio in linea, ci adeguammo agli standard dimensionali e al modulo base suggerito dagli specialisti americani. L'obbiettivo insomma diveniva quello di dare forma attraverso il rispetto maniacale di una normativa, di attingere il piacere attraverso la disciplina e le rinunce: una notissima vecchia tecnica della soddisfazione. Il modo di procedere a scatola di montaggio,ad incastri, del progetto, la determinazione razionale, il privilegio tecnico-sportivo, alcuni obbiettivi specialistici e sofisticati (il ricondizionamento organico, la preparazione atletica, l’agonismo attraverso l’innovazione di metodi, percorsi, tecnologie), ci allontanavano da modelli consueti. E intanto, attraverso la realizzazione di “maquettes” e di plastici, la prima percezione dello scheletro strutturale, l’oggetto prendeva forma. E ci appariva fin troppo razionalistico. Mossi dal desiderio ci ritrovavamo tra le mani una sorta di citazione neoplastica, un manierato, elegante neomoderno, con tutti i suoi bravi iconogrammi e i suoi canoni: la croce, il reticolo ortogonale, con le sue simmetrie e stereometrie, la leggibilità delle funzioni e delle destinazioni d’uso, l’evidenza del processo costruttivo. Partiti dalla diffidenza per un argomento troppo “sentito”, conseguivamo una asettica, frigida, anche se pratica, composizione. Era un rischio di altra natura. Infatti la domanda per questo tipo di strutture richiede oggi un’immagine di forza simulata, di addomesticata barbarie, un’architettura anche di apparenza. Era tuttavia inaccettabile, a quel punto, una via della sovrapposizione o della contaminazione. Dopo il lay-out decidemmo di affrontare direttamente anche la questione del coordinamento dell’immagine,della grafica, dei colori, degli arredi, dei materiali da rivestimenti, pavimenti, finiture, dei particolari. L’intervento doveva sia allo slogan “fitness is business” sia ad esigenze di competenza e di piacere che non potevano essere in breve tempo comunicate e trasferite. Da committenti ci trasformammo integralmente in progettisti, in un gruppo dalle competenze variegate e non canoniche: il letterato, “l'art consultant", il "color-light designer", il fotografo, l'amministrativo, anche l'architetto. Partimmo dal recupero, nel razionalismo architettonico e soprattutto nell'astrattismo plastico-visivo, di una tradizione rimossa, quella del simbolismo nell'uso dei colori, delle forme, dei materiali, trasformando da capo d i imputazione in attestazione di valore l'accusa di "espressionismo", di mistura di logomachia ed effusione sfrenata che Jean Clair ha portato contro l'avanguardismo geometrico degli inizi del secolo. Ci hanno suggestionato declinazioni laterali, come i lavori di Buchholz e di Walter Dexel, le interpretazioni di Jorrit Tornquist dei colori di Steiner, fino a comporre un'araldica "palette", forse ideologicamente sospetta, ma per noi fascinosa: il rosso e il nero, l'oro, il bianco, il lilla e il malva, il fucsia e il pervinca, i bagliori smorzati ed intermittenti della vernice micacé dei ferri. E poi altri materiali dalle cromie e dalle testure "dure" dagli elevati valori tattili, un poco barbari, molte volte inediti o rari: è il caso del mazista silver blue, uno scisto importato dall'Africa per la prima volta in Italia; del klinker iron, che contiene particelle di ferro fuso, ed è ormai fuori produzione per le difficoltà di lavorazione e per l'elevato scarto nella cottura.
Solo qualche impercettibile, se non in pianta, citazione: se è vero che “the body is the temple of mind", come non accennare ad un altare, ad una piccola abside, ad una cripta dall'incerto uso, al posizionamento strategico di una macchina i cui cavi straziano, crocifiggono, convinti volontari?
Al di là dei compiacimenti, il recupero di "senso" e di ricchezza dell'input visivo, è stato intrinseco, ha cercato di rispettare autorità culturali e referenze compositive attraverso una via poco praticata, ma corretta. Nella stessa logica di affermazione di valori simbolico sensoriali abbiamo cercato di programmare manutenzione e degrado, di rendere leggibile il vissuto nella struttura. Da un lato, era semplice e rapida la cura della pietra, della ceramica, degli intonaci ordinari lavabili; dall'altro, al di là di ovvie esigenze igieniche e funzionali, non doveva destare angoscia la modificazione di alcune zone e particolari: il rame e l'ottone di molti elementi, che non è stato trattato per consentirne il viraggio chimico e cromatico; l'Alcantara di schienali e sedute delle macchine da "circuit-training", che già fa affiorare laiche sindoni; i muri di battuta dei campi da squash, sui quali diviene leggibile la violenza dei colpi, si traccia una cartografia degli scontri. Consideravamo suggestivo, e molto tipico, questo coesistere di moderno e di rovina, di confort e di preoccupazione. Un'altra questione è stata affrontata; l'intervento è sotterraneo, e rischiava di produrre claustrofobia. Il benessere psico-fisico è stato assicurato dall'uso della luce diurna, a 6500 gradi Kelvin, per le zone di gioco; dalla "darklight", o bassa luminanza, per lo sforzo in concentrazione alle macchine. Inoltre, si è deciso di rendere integralmente percepibile l'impianto da molti punti di vista, confidando nell'insopprimibile voyeurismo e narcisimo dell'utenza sportiva. È possibile infatti osservare il gioco anche dall'alto, dietro le vetrate della zona bar-ristorante. Dalla parte del giocatore invece le stesse vetrate sono specchianti: in questo modo la stessa struttura diviene arena, e gabbia. I ruoli, naturalmente, possono, devono essere invertiti. Infine i parapetti che fiancheggiano i ampi sono stati tagliati in diagonale a scivolo, per stimolare in chi guarda o e la passerella aerea di collegamento in effetti di bariestesia e riflessi di postura, amplificati anche e a differenze di livello nel percorso; per incrinare il tranquillizzante, ma schizofrenico, equilibrio ortogonale e simmetrico della pianta. L'iter progettuale è dunque stato faticoso, ma si conclude: dopo uno "start" motivato anche da esigenze di gratificazione personale, da seducenti fantasmi privati, sull'orlo dell'eccesso, si è programmato un “raffreddamento" attraverso l'esasperazione razionale e tecnico-funzionale e, per giungere, rispettando tuttavia coerenze di immagini, ricercando interconnessioni, ad un recupero di significato ed emozione. E, certo, nella circolarità di questa a progettazione integrale, diviene più che sufficiente consumare l'esperienza sulle pagine di una prestigiosa rivista di architettura, ma anche sulle tavole di un palco, con la piccola, vanesia, molto effimera gloria della vittoria in un "contest" muscolare di un nostro ragazzo, o di una nostra ragazza.