Il bel colore delle case torinesi

senza autore Il bel colore delle case torinesi Stampa Sera Anno 111 - n. 86 - Lunedì 2 Aprile 1979

79/01.20 Stampa Sera -IT

Per decisione del Comune deve tornare com'era


Le prime prove, in via Po, sotto la guida di un esperto austriaco che fa parte della équipe del professor Brino - «Le attuali tinte smorzate fanno torto al barocco»

Jorrit Tornquist: operatore estetico, studioso di biologia e architettura, specializzato in ricerche sul colore con un curriculum in cui l'offerta di cattedre universitarie. (all'Accademia di Vienna, al politecnico di Graz). si abbina a premi per il design e l'arredo cromatico, progetti per la luce e il colore di scuole ed edifici pubblici, mostre, consulenze internazionali sulla psicologia del colore e la sua applicazione.
Nato a Graz, vive a Milano. A Torino, collaborerà con l'équipe del prof. Giovanni Brino, docente di Decorazione presso la facoltà di Architettura, alle cui ricerche si lega il nuovo “Piano programmatore del colore”, varato su iniziativa dell'assessore Biffi Gentili, allo scopo di restituire alla città l'elegante, animata policromia dei '700.

In questi giorni l'ultimo tratto di via Po, verso piazza Vittorio, viene utilizzato per le prove campione che serviranno, completati gli esperimenti, per la totale ritinteggiatura dei portici. Poi, verrà il turno della banca di via XX Settembre all'angolo di via Alfieri, dell'anfiteatro dello Iuvarra a Porta Palazzo e dello stabile di via Cesare Battisti 15. In tutto, si calcola che le richieste per ritinteggiatura si aggirino a Torino sulle 500 l'anno. Secondo il Piano, in tutti questi casi si procederà sulla base dei progetti di colorazione originaria o per analogia con le varie tipologie: ogni tinta sarà decisa d'ora in poi con una serie di incontri tra esperti, proprietari, operatori e almeno tre sopralluoghi, (analisi dello stato di fatto, prova delle tinte più indicate, verbale e scelta definitivi), a cura dell'equipe del prof. Brino.
Intanto, come appare la Torino di oggi a Jorrit Tornquist, cui in questa operazione toccherà, secondo la proposta di delibera “fissare la campionatura dei colori sui diversi materiali e verificare i problemi percettivi riguardo ai rapporti e ai controlli cromatici in diverse condizioni di illuminazione”.
Riflette l'esperto austriaco: “Oggi Torino sembra - a torto – noiosa. Le fa difetto soprattutto quell'atmosfera che si riassume semplicemente nel piacere di vivere in un determinato ambiente. È una città poco curata, poco amata. Trovo giusto cominciare a restituirle, anche grazie ai colori della sua tradizione, la simpatia che per troppo tempo le è stata negata”.
Senza forzature, però, e con una spesa (il Piano prevede per il primo anno un costo non superiore ai 15 milioni) che va calcolata più in attenzione che in danaro, spiega Tornquist: “La storia dei colori urbani di Torino è strettamente legata a quella della sua architettura. Pur tenendo nel debito conto le attuali tecnologie e le nuove esigenze dell'ambiente, cambiare i primi mantenendo inalterata la seconda è quanto meno un assurdo”.
Nello stesso tempo. sempre secondo Tornquist, sarebbe un grosso sbaglio insistere con ritinteggiature che si rinnovano ogni volta più timide ed anonime, smorzando ogni gioco cromatico e limando gli antichi, netti contrasti di toni, con l'unico risultato “di colori sempre più dolci e teneri i quali fan torto al vostro bel barocco, rendendo tutto gonfio ed incerto insieme. Un rischio che può essere facilmente evitato valorizzando le policrornie d'origine e, grazie a loro, restituendo la ricchezza d'un tempo a tanti vostri palazzi oggi appiattiti e resi illeggibili da una melensa patina monocolore”.
Alla base di questa riscoperta caratterizzata da un'angolazione rigorosamente storico-architettonica, esigenze nuove e sogni fuori del tempo.
Racconta l'esperto: “Il vocabolario dei colori, stringatissimo, in lingue quali il tedesco e l'italiano, raccoglie presso alcune Popolazioni dei mari del Sud dove la gente vive a livello emotivo con grande immediatezza e intensità, centinaia e centinaia di definizioni. So di frutti, ad esempio, i quali cambiano addirittura nome a seconda delle sfumature che accompagnano i vari gradi di maturazione”.
Una prospettiva che naturalmente non interessa i torinesi, cui nessuno ha intenzione di propinare tavolozze da paradiso perduto. Così come nessuno ha intenzione di copiare dalle “nouvelles villes” francesi, dove i nuovi quartieri sono stati abbelliti da artisti di gran nome con giochi colorati che, nati come espressione autonoma del proprio cercatore e non come “servizio” per tutti, risultano oggi per la maggior parte malamente tollerati o comunque non “sentiti” dalla popolazione.
Torino aveva tanti bei colori, li ha persi, è possibile assecondando l'esigenza delle nuove ritinteggiature restituirgli gradualmente questa eredità. Per la nostra città il discorso, giustificato se si vuole dall’abitudine ai mass-media in technicolor (televisione in testa) e dal gusto sempre più diftuso per una città recuperata ai valori sociali più immediati e istintivi, finisce qui. Siano sicuro, piuttosto, che tutto questo interesse per tinte vecchie e nuove non finisca per diventare un alibi, una specie di “copertina” adatta a problemi di ben altro peso?
È convinto Tornquist: ”il colore non nasconde ma denuncia evidenziando, e rendendo fastidiosa e urtante, ogni forma di degrado assai più di qualsiasi patina scolorita e uniforme. L’alibi e l’occultamento nascono dallo sporco, dall’anonimato. Sono convinto che dietro la generica patina giallastra in cui è stata sommersa Torino si può rintracciare un atteggiamento preciso fatto di disamore, di paura e quindi di rifiuto rispetto a qualsiasi decisione non legata al più vieto conformismo. Ogni riflessione d’altra parte porta ad ulteriori riflessioni. In questa prospettiva, anche il colore urbano può avere un suo ruolo determinante”.