Colore e Torino

Giovanni Brino Colore e Torino Domus gennaio 1980

79/01.17 Domus -IT

Ogni anno a Torino vengono ritinteggiati circa 2.000 edifici, la metà dei quali abusivamente. Questa massiccia manipolazione ambientale, condotta per anni senza un criterio organico e molte volte selvaggiamente, ha portato alla distruzione progressiva del colore originario, che costituiva uno degli elementi caratterizzanti l'immagine della città (come ricodano ancora, tra la fine dell'800 e gli inizi del ‘900, osservatori attenti come Federico Nietzsche, Henry James e Edmondo De Amicis). Per porre termine a questa situazione abnorme, nel dicembre 1978, su proposta dell'Assessore all'Edilizia e per la Casa, Enzo Biffi Gentili, il Comune di Torino incaricava un'équipe, diretta da chi scrive, di redigere un Piano Regolatore del Colore per la Città (1).
Per comprendere a fondo il significato e il metodo del piano proposto e, di conseguenza, valutare i primi risultati raggiunti, è indispensabile ricordare la particolare situazione storica torinese. Torino vanta infatti un esempio, forse unico al mondo, di colore pianificato alla scala urbana: tra il 1800 e il 1850 il Consiglio degli Edili elabora e mette in atto un vero e proprio piano di colorazione per l'intera città, con criteri ambientali e una normativa di una sofisticazione e di una modernità sorprendenti.
Le principali strade e piazze della città, caratterizzate da una architettura unitaria (cfr. "Mappa Cromatica" allegata), sono concepite secondo un sistema policromatico coordinato. Questi "percorsi cromatici", che portano alla Piazza Castello, centro ideale della città, sono raccordati tra di loro da una rete di strade e di piazze colorate in modo di formare una sequenza continua e al tempo variata di una ottantina di colori.
Dopo il 1845, per razionalizzare ulteriormente il problema della colorazione, il Consiglio degli Edili rende pubblica la "Tavolozza dei Colori" della città (per impiegare un termine coniato dal colorista Jean-Philippe Lenclos) messa a punto nel corso di quasi mezzo secolo di controllo delle domande di tinteggiatura, facendo dipingere nel cortile del Palazzo Comunale la serie dei colori più ricorrenti (una ventina circa), numerati in ordine progressivo, in modo da poterli codificare inequivocabilmente.
Questa "Tavolozza dei Colori”, ampliabile ad infinitum, rappresenta il punto di riferimento per gli operatori e per il Consiglio degli Edili, tanto che da quel momento, nei documenti ufficiali i colori veri sono indicati direttamente con i numeri corrispondenti. Il Piano Regolatore proposto parte da una ricostruzione critica del piano ottocentesco estendendolo, con opportuni adattamenti e aggiornamenti, all'intero territorio torinese. Grazie ad una mole incredibile di documenti, progetti e rilievi di tracce di colorazione, è stato possibile ricostruire la "Mappa Cromatica" originaria della città con la "Tavolozza dei Colori" relativa, e creare un "Archivio dei Modelli di Colorazione" più ricorrenti, con una normativa adeguata, per rendere possibile l’applicazione di un piano, che tenga anche realisticamente conto delle tecnologie correnti.
Un’esperienza di un anno di lavoro, su un campione di circa 700 edifici, in condizione di semplice "consulenza", ha dimostrato l'assoluta operabilità del piano fondato su presupposti storici, ma operato con un metodo industriale, e la pressoché completa accettabilità da parte dei proprietari e dei produttori del settore. Le illustrazioni mostrano i primi risultati di sperimentazione del piano. La mappa cromatica qui riprodotta è una visualizzazione concettuale (e dunque schematica), ricostruita in base a documenti d'archivio, del piano di colore ottocentesco di Torino, limitatamente ai percorsi aulici che portano alla Piazza Castello, centro ideale della città. Oltre a questa rete di strade e di piazze unitarie, il cui colore è stato fissato in modo univoco, esiste tutto un tessuto connettivo di strade e piazze secondarie (che sulla mappa non compaiono per ragioni di sinteticità), il cui colore è stato fissato in modo più flessibile, anche se coordinato con i percorsi aulici riportati sulla mappa. Come si può vedere, i percorsi cromatici individuati sulla mappa, alla continuità del giallo, che conferisce unità all'impianto (e che ha dato origine al così detto "Giallo Torino"), si contrappone l'estrema varietà dei colori ad esso associati. Ad esempio, nella Piazza Vittorio e nella Piazza della Gran Madre, concepite come un unico ambiente che fa da cornice alla Chiesa della Gran Madre di Dio, il giallo (molassa) è combinato con il verdastro. Nella Via Po, che innesta nella Piazza Vittorio a mezzo del “rondeau”, a questo giallo e verdastro si aggiunge il grigio chiaro degli sfondati. Nella Piazza Castello, il verdastro sparisce conservando gli altri due colori anche se più schiariti (giallognolo di molera e grigio ceruleo); nella Via Garibaldi e nella Piazza Savoia il giallo (questa volta, canarino) è associato alla terra d'ombra o ad altro colore ad libitum per non ingenerare monotonia, mentre nella più tarda Piazza Statuto domina il modello originario giallo, rosso e grigio ancora visibile tuttora (uno dei pochi superstiti). Nella Via Milano e nella Piazza della Repubblica, di cui esiste il progetto di decorazione originario del Blachier presso l'Archivio Storico Comunale, il giallo è combinato con un grigio chiaro. Nella Piazza San Carlo (la Via Roma originaria non esiste più), al giallognolo del fondo è associato un colore rosso-bruno degli ornati, ancora visibile negli arconi dei portici in corrispondenza dell'Accademia Filarmonica. Nella Piazza Carlo Felice e nelle strade attorno a Porta Nuova, infine, il giallo e il grigio fanno da cornice al modello rosso, bianco e grigio della Stazione Ferroviaria ancora perfettamente conservato.