I colori di Torino

Giovanni Brino I colori di Torino Gazzetta del popolo 12 luglio 1978

79/01.05 Gazzetta del popolo -IT

Il problema della colorazione degli edifici a Torino viene affrontato dagli enti ufficialmente preposti (Soprintendenza e Comune) in termini che sarebbe eufemistico definire dilettanteschi. Ad un criterio generico di “uniformità. sul piano degli intenti, corrisponde infatti, sul piano deIl'esecuzione pratica, al risultato, monotono e de¬primente del colore dlagante nel Centro Storico che va sotto il nome tanto pomposo quanto improbabile di «giallo Torino”. Con la collaborazione di alcuni studenti della Facoltà di Architettura di Torino, abbiamo cercato di venire a capo di una serie di criteri razionali, desunti da documenti ufficiali o rilevati in sito sulla scorta dei migliori esempi di colorazione sopravvissuti, che hanno guidato il problema della colorazione degli edifici in epoca passata e che possono ancora costituire una base valida per un approccio meno arbitrario al problema. Il lavoro di ricerca si è mosso su due piani paralleli: da un lato, attraverso l’analisi dei documenti esistenti negli archivi su questo problema (peraltro abbastanza numerosi da poterne trarre delle indicazioni anche operative) e, dall'altro, attraverso l'analisi diretta dei pochi esempi superstiti che consentono, sia pure su una base quasi archeologica, di ricostruire una ipotesi cromatica certo meno squallida e monotona di quella che caratterizza l'attuale ambiente urbano torinese. Per gli scopi di questa “Guida” verranno segnalati gli esempi più rilevanti di colorazione ricostruiti attraverso la documentazione d'archivio e quelli rilevati in sito instesi come frammenti dell'immagine più autentica di Torino che va appiattendosi e banalizzandosi di giorno in giorno. Dal punto di vista normativo, il problema della colorazione a Torino si pone in modo formalizzato solo a partire dal periodo francese, vale lo dire dai primi dell'Ottocento. Prima di questa epoca, le sole testimonianze ufficiali sono costituite da poche norme generiche riguardanti l’”imbianchissaggio” di edifici di particolare importanza e dalle indicazioni ricavabili direttamente dai progetti originali, come nel caso dell'Arsenale, ritinteggiato in epoca recente interamente in color rosso mattone, un colore originariamente limitato alla parte inferiore del bugnato al piano terreno (come mostra chiaramente il modellino ancora conservato all'Interno dello stesso edificio e, come nel caso della Sindone del Guarini, prevista in giallo, solo per limitarsi a due esempi illustri. A partire dal periodo francese, il Consiglio degli Edili mette sotto ferreo controllo la città anche dal punto di vista della colorazione imponendo la tinteggiatura degli edifici in base a criteri razionali, tanto rigorosi nell'applicazione quanto empirici e mai a priori nelle motivazioni. Per Il metodo con cui viene affrontato Il problema in questo periodo è opportuno ricordarne, sia pure brevemente, la procedura. La colorazione può essere Imposta d'ufficio dal Consiglio degli Edili per ragioni di « decoro» nel caso di edifici scrostati o anche solo a seguito di rappezzi, specie nelle piazze o nelle strade principali, oppure può essere richiesta dal proprietario direttamente o tramite un tecnico di fiducia (di solito un architetto), sia genericamente sia con l’eventuale indicazioni delle tinte proposte. In ogni caso, il Consiglio degli Edili delega un suo architetto che, in seguito ad un sopralluogo, redige una relazione circostanziata, accettando le eventuali tinte proposte oppure prescrivendone altre di sua iniziativa, sempre però motivando le proprie decisioni. Fra questi architetti i più implacabili sono: Ceroni, Cardone, Lombardi, Blachier, Ravera, Barone, Ottino, Courtial, Formento, Gabetti. Sulla base di questa relazione, il Consiglio degli Edili redige un rapporto al Sindaco. In seguito alla prescrizione, quando non si tratti di mera uniformità a edifici vicini, la cui tinta è definita inequivocabilmente, viene richiesto un campione delle tinte da sotto porre prima di passare alla tinteggiatura dell'intero edificio. A volte può essere prescritta una tinta «provvisoria»: è il caso ad esempio della. via Roma (Rue Neuve), durante il periodo di transizione dal criterio di colorazione precedente il periodo francese al periodo in cui viene definita la nuova tinta per l’intera via, quando cioè esistono ancora edifici dont la decoration est si différente. In questo caso, il a fallu renoncer et se tenir à une simple teinte uniforme (en petit jaulle, n.d.r.): la soluzione, ritenuta di ripiego rispetto alle tinte policromatiche già definite e sperimentate in alcuni punti della via, è evidenziata chiaramente nella relazione quando dice che on aurait sans doute choisi de préférence les teintes adepte es. Come si è detto precedentemente, il Consiglio degli Edili nella prescrizione delle tinte è mosso da criteri molto rigorosi. Dei vari criteri adottati nelle prescrizioni del Consiglio degli Edili, ricostruibili attraverso un'analisi attenta delle centinaia di prescrizioni documentate reperite in archivio, quello principale è il criterio “ambientale”. Non è la prescrizione delle tinte, viene posta prioritariamente l'attenzione sul problema della luminosità: sulla base di questa considerazione, nei cortili e nei vicoli viene quasi sempre prescritto bianco, mentre nelle strade strette e sotto i portici vengono imposte tinte chiare e in genere vengono raccomandati i colori secondari. Per il Vicolo detto della Pace, una traversa dell'attuale via Garibaldi, si parla espressamente " di far bianchire il detto vicolo (...) onde d'aria ne sia meno in salubre" (c. 1836). Un secondo criterio dominante, che regola la prescrizione delle varie tinte, è quello della subordinazione del colore all'architettura. Per questa ragione e non certo per un criterio astratto e a priori di "uniformità", nelle principali piazze e strade, quando si tratta di compensi unitari dal punto di vista architettonico come piazza Castello, piazza Vittorio o via Po, viene infatti imposto un sistema di colorazione unitario, anche se questa unitarietà e relativa alla singola piazza o alla singola via e anche se non si tratta necessariamente, anzi quasi mai di tinte monocromatiche. Nelle altre strade e piazze, le tinte degli edifici devono genericamente " armonizzare " tra di loro. Un terzo criterio generale, che in realtà discende direttamente dal secondo criterio sopra esposto, accertabile anche statisticamente attraverso le prescrizioni documentate, è costituito dalla "policromia". Su 122 prescrizioni documentate, infatti, solo in 41 casi si tratta di tinte monocromatiche (giallo, bianco, molera, perpichino, grigio, nanchino e verde). In 46 casi si tratta di tinte dai colori: prevalgono le combinazioni giallo-grigio (applicata alla piazza San Giovanni), bianco-giallo, nanchino-bianco, perpichino-bianco, canarino-paglierino, solo per citare le combinazioni più ricorrenti. In ben trentacinque casi, che comprendano le vie e le piazze più importanti di Torino, si tratta di vera policromia: giallo-bianco-grigio, verde-giallo-grigio (come nel caso della via Pò e della piazza Vittorio), grigio-nanchino-foglie morte, grigio-molera-nero (come nel caso di piazza castello e via Roma), Rosa-bianco-grigio, sarizzo-canarino-terra d'ombra (come nel caso della via Garibaldi), limoncino-bianco e azzurro, rossiccio-giallo e blu, solo per citare i casi più ricorrenti. A volte i colori possono variare da un edificio all'altro in una stessa strada, come nella via della Rocca, un caso di via e propria " anarchia cromatica ". Dopo il periodo francese, fino al 1850 circa, il Consiglio degli Edili prosegue la sua opera di sorveglianza quasi maniacale alle facciate della città, sempre alla caccia di edifici dai muri scrostati o anche dalle cornici rappezzate da fare tinteggiare immediatamente e integralmente in base ad esatte prescrizioni. Anzi, è proprio in questo periodo che il problema della colorazione a Torino raggiunge la sua massima razionalizzazione: nella "Corte del Butirro " nel Palazzo del Comune, vengono dipinti i campioni delle tinte in uso nella città, numerati in ordine progressivo da 1 almeno fino a 16 (tenuto conto solo del numero più alto citato nelle prescrizioni documentate). Nel 1845 vengono ancora giunti altri " saggi di tinta " e i colori citati nelle prescrizioni del periodo dalla metà all'inizio dell'800 sono in realtà almeno una ventina. Conseguentemente a questa decisione (che dimostra l'intenzione di trovare una soluzione "obiettiva " al problema), nelle prescrizioni del Consiglio degli Edili in questo periodo, le tinte vengono prescritte direttamente contrassegnate dal numero di riferimento, specie per le strade e per le piazze in cui il colore è ormai standardizzato, e lo stesso fanno persino i proprietari delle case nelle loro domande di tinteggiatura. Questa iniziativa razionalizzatrice è anche importante perché conferma inequivocabilmente l'esistenza a Torino di un sistema policromatico molto sofisticato andato progressivamente perdendosi. Nelle prescrizioni del Consiglio degli Edili , tuttavia, nonostante questa razionalizzazione, viene sempre richiesta l'esecuzione in sito di un campione delle tinte imposte o concordate, per un controllo prima della tinteggiatura definitiva, perché - è importante ricordarlo - il colore deve sempre armonizzare con la singola architettura e con il contesto in cui si colloca e non è mai considerato come un elemento astratto e burocratizzato. Oltre alle prescrizioni del Consiglio degli Edili, un'altra fonte di documentazione fondamentale per studiare il problema della colorazione di edifici a Torino è costituita dai progetti di colorazione conservati nei vari archivi. Un'analisi attenta di questi progetti conferma in pieno i criteri emersi precedentemente, consentendone anche una visualizzazione inequivocabile. Fra questi progetti, certo il più impressionante per la sua razionalità è il progetto di colorazione della Casa Antonelli in via Vanchiglia 9 angolo corso San Maurizio, in cui sono impiegati i colori fondamentali, giallo, rosso e azzurro: il giallo per le parti strutturali (pilastri ed archi di collegamento), il rosso per le parti meramente diaframmatiche (sfondati degli archi e del cornicione) e l'azzurro per le parti assimilabili alla pietra (cornici, timpani, conci di chiare, ecc.). Nel 1970 questi tinte (ricoperte nel dopoguerra da un colore giallastro, ma ancora perfettamente visibili come sottofondo) venivano ripristinate da chi scrive, in collaborazione con il prof. Franco Rosso, studioso dell'Antonelli, nonostante che un'ordinanza municipale ne richiedesse paradossalmente la immediata cancellazione e la ritinteggiatura con il solito colore giallo appena terminati i lavori, una iniziativa burocratica rimasta poi senza conseguenze pratiche a seguito dell'esibizione della copia del progetto originario conservato nell'archivio della Galleria d'arte moderna. A partire dalla metà dell'800, non si hanno più tracce di documenti ufficiali di prescrizioni di colorazione, salvo i regolamenti edilizi sempre più generici. Nel 1864, veniva realizzata la piazza statuto, con la colorazione policromatica tuttora esistente, rosso, giallo e grigio pietra, di gusto inglese (si trattava non a caso, infatti, di una iniziativa immobiliare inglese), l'unico complesso policromo su vasta scala, di cui esiste il progetto di colorazione originario. Passata brevemente in rassegna la documentazione storica esistente nei vari archivi torinesi sul problema della colorazione, è stato quindi effettuato un rilievo di pochi esempi significativi attualmente superstiti: per la verità, una impresa quasi archeologica, dato il progressivo dilagare della famigerata tinta gialla che sta invadendo ossessivamente ogni angolo del Centro Storico, con un criterio inventato di sana pianta ma accettato passivamente, che sta trasformando la città in un magma di case monotono e deprimente senza peraltro neppure riuscire a conferirle un carattere unitario. Le facciate delle piazze e delle strade intrecciate in epoche diverse, nonostante l'imposizione arbitraria di un colore uniforme monocromatico, si rivela infatti come un triste campionario delle tinte più deprimente dovuto al problema pratico che le facciate vengono tinteggiate in epoche diverse e quindi sono tutte una un po' diversa dall'altra. Per ovviare a questo inconveniente, in epoca passata veniva fatto obbligo ai proprietari di edifici appartenenti a complessi unitari, di dare le tinte contemporaneamente, onde evitare questo genere di inconvenienti e inoltre il problema che era minimizzato dal fatto che la policromia consentiva un trapasso di colori più articolato tra i vari edifici. Nella piazza San Carlo (dove peraltro esiste ancora nella facciata a fianco della chiesa di San Carlo una traccia evidente, anche una ripresa in epoca più recente, dell'impostazione policromatica originaria) nella via Po o nella piazza Vittorio si assiste ad una rassegna inverosimile di tinte, una diversa dall'altra e pure tutte palesemente stonate, che contraddicono paradossalmente il diktat tanto categorico quanto generico di unità a tutti i costi. Lo stesso Palazzo Reale, fino a pochi anni fa di un bel " giallo Maria Teresa ", è virato in un colore indefinibile, che ne sminuisce e l'imponenza e persino la Stazione di Porta Nuova, originariamente in rosso-giallo-grigio, sta riducendo in occasione di ogni tinteggiatura il contrasto fra questi colori (il giallo sta sbianchendosi e il grigio sta schiarendosi fondendosi in un unico colore). Inoltre, quando viene adottato un criterio policromatico nella ritinteggiatura frettolosa da parte delle società immobiliari nel caso di edifici posti in vendita o da parte dei condomini nelle ritinteggiature periodiche, le tinte vengono sempre falsate come rapporti e comunque mai date seguendo i criteri a volte facilmente ricostruibili nel caso di edifici di cui esiste una documentazione o anche semplicemente seguendo il buon senso. A causa di queste circostanze, gli esempi più significativi di colorazione di case del Centro Storico di Torino, si contano ormai sulle dita delle mani, rendendo archeologica la ricostruzione dell'immagine della città: per gli scopi di questa "Guida", vale perciò la pena di segnalarli come preziose reliquie, fintanto che esistono ancora. Delle strade e piazze di Torino, la più interessante dal punto di vista della colorazione, oltre alla già citata piazza Statuto, è senza dubbio la via della Rocca un frammento di quello che avrebbe potuto essere la città, anche se proprio lungo questa via prospetta uno degli gli esempi più allucinanti di scempio totale, la Casa Ponzio-Vaglia di Antonelli, la quale, dopo essere stata violentata strutturalmente fino allo stravolgimento, sia per essere colorata con una tinta gialla inverosimile combinata con una altrettanto improbabile tinta grigia che copre irrazionalmente le parti già in pietra dei balconi (peraltro di tinta più chiara) e qua e la, più a tentativi che secondo un criterio razionale, qualche cornice e qualche davanzale, mentre lascia scoperte parti inequivocabilmente da tinteggiare color pietra. Dalla Via della Rocca, le case dai colori più riusciti si trovano al n. 48 (la sola in cui il colore rosso mattone, contrapposto al grigio-pietra, sia incorporato nell'intonaco) al n. 37 e al n. 15. Non lontano da questa via, sono da segnalare assolutamente la casa in via Giolitti 48, angolo piazza Maria Teresa (in rosa e grigio pietra); la casa in via Bava 1 bis angolo via Matteo Pescatori e la casa in via Bava 7, i cui colori giallo-rosso e grigio azzurro della facciata continuano a armonicamente nell'androne. Oltre alla già citata Casa Antonelli, vale la pena ricordare la casa progettata dal Promis davanti alla Consolata e la stazione di Porta Nuova, tutte grosso modo con gli stessi colori della casa Antonelli, anche se impiegati con criteri diversi. Fuori da questi esempi storici citati cui se ne potrebbero aggiungere pochi altri, di epoca più recente, i soli muri che sfuggono all'assalto implacabile del "giallo Torino" (che, nell'applicazione pratica, con l'aggiunta dello smog, tende inevitabilmente a color crema-nocciola) sono quelli degli edifici commerciali normalmente localizzati fuori dal Centro Storico o quelli dei cortili ritinteggiati spontaneamente con tinte vivaci direttamente dagli abitanti stessi.